2 gennaio 2017

La prospettiva della pozzanghera


Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo.
Il fatto è che pochi se ne accorgono.
Fernando Pessoa


La bruttezza è ovunque, non serve neppure cercarla, ecco cosa gli dissi. Eravamo arrivati appena in tempo, qualche minuto prima che suonasse una delle tante inutili campanelle della sua vita, messa lì a scandire lo spazio tra il nulla ed il poco più, che poi non è altro che l'esistenza al netto dei sogni.
Non ero felice, però. Sì, con quella risposta ero convinto di aver troncato sul nascere tutte le altre domande che sarebbero venute dopo, ma avevo davvero il diritto di farlo? No, non potevo essere felice. 
Mi sbagliavo, per fortuna. Infatti fui subito interrotto da un perché; un perché piccolissimo, ma comunque abbastanza grande da seppellirci dentro il mio senso di colpa. Perché?, mi chiese, e con l'incoscienza di chi è ancora troppo giovane da pretendere dalle risposte nulla di meno che la verità. 
Ammetto di essere stato tentato dal rispondere con quella frase che nessun genitore dovrebbe mai pronunciare: un giorno, quando sarai più grande, lo capirai da solo. Avrei potuto farlo, certo, ma con quale coraggio? Ero già colpevole di avergli mostrato il mondo dalla prospettiva della pozzanghera, quando anche il cielo più bello appare così sporco da poterlo calpestare senza alcun rispetto. 
Quando sarai grande capirai, pensavo: questo sì, devo ammetterlo, lo pensavo veramente. E se poi i suoi occhi non si fossero mai aperti abbastanza da trovarla la bellezza? Magari non l'avrebbe mai cercata, finendo con l'accontentarsi della mia risposta. Forse avrebbe accettato senza condizioni quell'idea di bruttezza onnipresente che avevo innestato nella sua mente, caricando le sue spalle di un pregiudizio pesante come una zavorra: dovevo rimediare a quelle parole scellerate, forse nate dal fastidio che mi aveva procurato il lavavetri al semaforo poco prima. 
Perché produrre bruttezza è facile, non richiede alcuno sforzo, gli dissi. Aveva capito? Avrebbe capito? E se in quell'implicito invito a fare del suo meglio per non generare ulteriore bruttezza non fosse nascosta un'ulteriore illusione? Di segno contrario, ma pur sempre un'illusione. 
Perché, per un istante, lo avevo immaginato diverso dagli altri, migliore degli altri: in fondo era mio figlio, non di qualcun altro. Ciao pa', mi disse prima di essere inghiottito dal suono di quella campanella, proprio come successe a tutti gli altri.

Massimiliano Cerreto

Backstage: andare nel mondo con gli occhi bassi, osservando il cielo solo attraverso una pozzanghera di acqua sporca oppure provare ad alzare la testa? In entrambi i casi, contro la vita ci vai a sbattere prima o poi: inciampiamo tutti in qualche illusione. Nell'urto, qualcuno esplode, altri implodono e altri ancora si rialzano. Forse basterebbe guardare semplicemente davanti a sé.

E le storie, anche quelle più lontane da quanto chiamiamo realtà, non si limitano a raccontarci chi siamo e dove siamo in un punto della vita grazie al modo in cui le parole risuonano dentro di noi. Ci mostrano anche la strada da percorrere per raggiungere uno degli infiniti possibili futuri che aspetta solo di essere scoperto. Perché è nel cercare che risiede la bellezza.

©Massimiliano Cerreto

 

(Francesco De Gregori, La storia)


5 novembre 2016

Ai margini del desiderio: effetti collaterali e altre storie


- La stanza, ieri -


Baciala, cosa aspetti?


- L'anticamera, una settimana prima -

Una piccola venere: 34 anni per un metro e sessantacinque d'altezza, tacchi rigorosamente a spillo compresi, e un neo alla Marilyn. Al là di qualche sorriso ammiccante dei colleghi e di qualche sguardo invidioso delle colleghe, in facoltà non è che poi si sparli tanto della dottoressa Aprilia, forse per il timore di finire oggetto delle sue ricerche sul comportamento.
Flavio non lo sa come c'è finito nell'anticamera del dipartimento di psicologia clinica. Forse sì, ma non vuole ammetterlo. È che proprio non ci riesce ad andare d'accordo con la vita. Ogni giorno trova qualcuno cui dare la colpa, ma non gli basta, non può bastargli. I tassisti, ecco deve essere colpa loro se il mondo va male. No, questo non lo ha mai detto, ma è certo che l'abbia pensato, almeno una volta nella vita. Quale sarebbe poi il mondo che non funziona? Il suo, ovvio. Che è ben più grande, misterioso ed inesplorato dell'universo stesso.

- Casa di Flavio, tempo imprecisato -

Sei sempre nervoso, perché non prendi qualche goccia? Poi vedi che tutto si sistema, non era una psicologa la madre, anche se tutte le madri hanno la presunzione di esserlo: chi può capire meglio di loro il proprio figlio? Forse era nervoso semplicemente perché non aveva altra scelta. È come lamentarsi di avere problemi di udito dopo una notte trascorsa in discoteca o il mal di pancia dopo aver mangiato al ristorante cinese. È la vita che fa male! Lo si dovrebbe scrivere in caratteri cubitali all'ingresso dei reparti maternità: la vita nuoce gravemente alla salute, altro che sigarette!


- L'anticamera, una settimane prima -

Signore, qui non si può fumare, lo sapeva bene Flavio, non c'era bisogno che glielo ricordasse quello stronzo qualunque. Che bella espressione 'stronzo qualunque', come se esistesse una gerarchia anche per le persone che tendono verso il basso. Aspetta le undici, l'appuntamento è alle undici; guarda l'orologio, un regalo di cresima; vuole essere puntuale, è sempre puntuale; non può fare brutta figura, non con una donna poi: l'idea di farsi rovistare l'anima da una donna proprio non gli va giù. Poco male se a farlo fosse un uomo, come uomo credeva di essere, o almeno avrebbe voluto, ma da una donna no!

- Università di Flavio, due settimane prima -

Ma che palle! Due ore per aspettare l'assistente e poi mi dice che non ha più tempo per ricevermi!, un ragazzo di vent'anni è in piedi, mentre gli altri compagni sono seduti sulle scalinate in travertino della facoltà. Sono tutti degli stronzi, ma la cosa più grave è che non possiamo fare nulla. Potremmo denunciarli, ma a cosa servirebbe?, adesso è Flavio a parlare, ma viene interrotto da un amico: bravo, e così sei tu che gliela dai vinta, non capisci? Flavio, ascoltami, questo è solo un esamificio. Ci vieni, ti siedi davanti a loro, rispondi a qualche domanda e poi li mandi a fare in culo per il resto della vita. Perché t'incazzi tanto? Comunque adesso devo prendere la metro; mi accompagni? Dai, ti offro un caffè, quello che fa il vecchio, quello buono. I due lasciano quella ciurma alla deriva e scendono in strada per andare alla metro.

- Adesso che siamo soli voglio dirti una cosa: te lo ricordi come stavo in paranoia prima di dare diritto privato? Poi ho ricevuto una mail dalla dottoressa Aprilia, una psicologa...
- Sei finito da una strizzacervelli?
- Puoi chiamarla come vuoi, non m'importa... ecco la caffetteria, siamo arrivati. In realtà, è una ricercatrice universitaria interessata alle problematiche di noi studenti. Due caffè, grazie. A me macchiato. E tu, guardami mentre ti parlo: adesso ti sembro uno che abbia più paura di qualcosa? E poi è tutto gratis.
- Dovrei fare la cavia da laboratorio di una scienziata pazza?
- Tranquillo, non ti darà nessuno di quegli psicofarmaci di merda che mandano in pappa il cervello: è una psicologa, non una psichiatra. Ti farà giusto qualche domanda, così, per capire chi sei, e poi ti dirà qualcosa che cambierà il tuo modo di pensare...
- Si chiama lavaggio del cervello dalle mie parti; buono davvero questo caffè, avevi ragione.
- Ecco, lo vedi? Sei sempre così fottutamente drastico. Diciamo che ti ripulirà da un po' di spazzatura energetica, tutti ce ne portiamo dietro qualche sacco. Signore, ecco a lei tre euro. E tu pensaci; stasera ti mando un messaggio su fibbì. Ah, mandami l'mp3 del seminario di Storia del diritto romano, che quel giorno avevo l'influenza.


- L'anticamera, una settimane prima -

Lei è il signor Flavio?, gli chiede uno con la voce priva di tono, forse perché abituato a non far trasparire emozioni in un luogo dove tutti sono addestrati a dissezionare la gente, da dentro, senza lasciare cicatrici visibili. Ha firmato la liberatoria? Il documento che le è stato dato all'ingresso, dico. Ah, bene, la dia a me. La stanza della dottoressa è in fondo al corridoio, a destra. Balbettato un grazie, Flavio lascia finalmente quel limbo.


- Lo studio, una settimana prima -

Si può?, chiede senza una particolare convinzione. Anzi, una parte di sé preferirebbe di gran lunga un bel no, come successe a quel compagno nel dipartimento di romanistica.

- Prego, entra pure.
- Scusi, non mi aspettavo...
- Lo so, le mie foto su facebook sono così seriose, tu invece sei più carino di come t'immaginavo; siediti pure.
- È un po' come in Alice nel Paese delle Meraviglie, ma nei suoi occhi il ragazzo non legge bevimi! In quel verde, che certi giorni sembra grigio, ci vede scritto scopami!
- È normale che tu sia un po' in imbarazzo, tutti lo sono all'inizio, ma vedrai che passerà presto...
- Dottoressa...
- Chiamami Alessandra, non vorrai mica farmi sentire così vecchia? E poi non siamo nella tua di università...
- No, non era mia intenzione, mi scusi...

La donna l'interrompe un'altra volta, quasi a volerlo disconnettere da quel flusso incontrollato di pensieri che gli scorre dentro e  gli chiede: ti piaccio? Se avesse potuto, Flavio si sarebbe arruolato all'istante nella legione straniera, oppure avrebbe rubato il guscio da Calimero per potersi nascondere. Questo cosa c'entra?, risponde fingendo di avere il controllo della situazione. È il tuo nodo, e sono qui per scioglierlo, dice guardandolo negli occhi, ma il ragazzo distoglie lo sguardo e abbassa la testa come in un inconsapevole cenno di assenso. Le parole di Flavio non la sorprendono. Anzi, ha ottenuto esattamente la reazione che voleva.

- Osserva il tuo corpo, lì, rigido; sicuro di voler rimanere tutto il tempo fermo all'idea di te stesso?
- Guardi, probabilmente ho commesso un grosso errore nel venire qui. Mi scusi per averle fatto perdere del tempo...
- Libero di farlo, ma non ti renderà felice. Un giorno finirai per vederti come uno che fugge dinanzi ai problemi, non come uno che li affronta: non è a me che dovresti chiedere scusa.
- Fuggire io? Ma lo sa quanti esami ho dato? E sono solo al secondo anno! Mica sono uno di quelli raccomandati dal papà avvocato o zio magistrato. Ma lei pensa che sia divertente sedersi davanti ad uno sconosciuto che ti giudica pensando di avere diritto di vita e di morte su di te? E guai se sbagli anche solo una parola...
- E tu come ti giudichi?
- Uno che si presenta agli esami solo se è sicuro di aver studiato tutto, dalla prima all'ultima pagina, note in corpo otto comprese; altro che dispense. Non amo le scorciatoie, sono una persona onesta, responsabile, non uno che gli esami li va a provare tanto per fare qualcosa, e mi creda che ce ne sono tanti.
- Non hai risposto alla mia domanda.
- Pensavo di averlo fatto...
- Mi stai parlando della tua brillante carriera universitaria, della tua idea di cosa è giusto e sbagliato, della tua paura di essere giudicato: è tutto questo ciò che sei?
- Me lo dica lei. Non sa nulla di me, eppure pensa di aver individuato... come è che l'ha chiamato? Il mio nodo, vero?
- Non hai paura di essere giudicato dagli altri, ma che l'opinione altrui possa interferire con il tuo di giudizio: sei imputato, giudice e boia allo stesso tempo. E lo vedo dal tuo corpo. Quanti anni hai? Ventuno, giusto? E a quaranta cosa farai? Ma non ti rendi condo di quanta energia stai disperdendo?
- Ho ancora abbastanza energia per dirle che non sono interessato, grazie!
- A cosa? A me? A te? Oppure alle donne?
- Non ho nulla contro le donne, io!
- Peccato che nessuna sia come vorresti, che nessuna assomigli alla tua idea di come dovrebbe essere l'amore, o dovrei forse dire che non ti senti abbastanza per meritare di essere amato?
- Scusi, ma lei è una psicologa oppure una maga? No, dico sul serio, perché a me non sembra di averle parlato della mia vita affettiva, ammesso che le debba interessare. E poi nell'ultima mail che mi ha inviato c'era scritto che mi avrebbe aiutato ad affrontare gli esami...
- È esattamente ciò che sto facendo, ma se ci tieni ad andare, va pure...
- A questo punto penso di avere diritto ad avere una spiegazione. Oppure devo pensare che è come tutti gli altri?
- Gli altri chi?
- Gli psicologi. Sa quelle che persone che ti fanno sdraiare su un lettino, parlare dell'infanzia e poi, allo scadere dell'ora, ti chiedono un centinaio di euro; ha presente?
- Strano...
- Cosa...
- Dai post sulla bacheca non mi sembravi il classico ragazzo con la testa così infarcita dei soliti luoghi comuni. Devo essermi sbagliata sul tuo conto...
- Invece io penso di aver capito chi è lei...
- Bravo, vuoi prendere il mio posto? Perché non cambi facoltà allora? Ah, già, dimenticavo che non puoi, che sei troppo un bravo ragazzo per fare qualcosa che i tuoi non vogliono. Perché a te non interessa laurearti in giurisprudenza, giusto?
- Preferisco la filosofia, ma sappiamo bene come va a finire: il massimo che ti può succedere è di passare la vita a spiegare quattro stronzate a dei ragazzini distratti che preferiscono chattare di nascosto. Hanno ragione i miei, con una laurea in Giurisprudenza puoi fare molto di più.
- Peccato non sia quello che vuoi fare tu. E forse non tutti i professori sono abbastanza bravi da fare appassionare i propri studenti alle loro materie. Ecco, visto? Ti ho accontentato: siamo finiti a parlare di docenti.
- I miei di professori sono solo degli stronzi. Prima dicono che l'importante è ragionare sul perché delle norme giuridiche, la chiamano ratio, e poi finiscono con il costringerti ad imparare quasi tutto il codice a memoria, e guai se non ricordi in modo esatto anche solo un comma.
- E tu?
- Io cosa?
- A cosa sei interessato davvero?
- Al perché! Ma questo dovrebbe averlo compreso. Lei sa tutto di me...
- Ti sbagli! Dovevo provocare in te delle reazioni, e non pensare che mi abbia fatto piacere farlo in questo modo, ma il mio lavoro non consiste nel giudicare le persone, appiccicare delle etichette, ma aiutarle ad andare in direzione dei loro desideri. Posso mostrare la strada, non percorrerla al posto vostro. Peccato che, talvolta, questo percorso sia sbarrato da tante false immagini mentali e blocchi emotivi. Ecco cosa cerco di individuare in una persona, tanto dalle parole quanto dal linguaggio del corpo. Alza la testa, mi hai sentito? Guardami e pensa a me come ad uno specchio: non vuoi provare a renderlo un po' meno deformante?
- Mi scusi, ma non le credo. Un po' come quando la professoressa del liceo ci raccontava che educare viene da ex ducere, tirar fuori ciò che ognuno di noi ha dentro, e poi ci metteva in testa le sue di idee: che fato infausto attendeva chi la pensava in modo diverso. Una volta un amico prese otto al tema d'italiano limitandosi a riscrivere, parola per parola, la sua spiegazione della folla manzoniana; stronza lei e stronzo lui.
- Visto?
- Cosa?
- Sei tu a giudicare, sempre e soltanto tu. Stronzi, stronzi, stronzi: potrei riassumere così tutti i tuoi discorsi. E poi? Finisci a colpevolizzarti per non poter far nulla per cambiare le cose, perché ti senti inadeguato ad affrontare la realtà, e senza capire che puoi cambiare soltanto te stesso, non gli altri. Non sei tu ad essere sbagliato, e neppure loro. Ad essere distorto è il riflesso di te in cui t'identifichi...
- Beh, ma non può negare che la vita sarebbe più facile per tutti se non ce fossero così tanti di stronzi. Sì, ha ragione, questa è l'unica parola con cui riesco a definirli; specchio o non specchio.
- Siamo tutti gli stronzi di qualcuno, ma preferisco il termine ostacolo funzionale. Mai sentito parlare di sparring partner?
- No, sono sincero.
- Tu sei sempre sincero, anche troppo. Non devi convincermi di questo. E non sei neppure obbligato ad esserlo. Comunque, è una sorta di avversario. Non è un nemico in senso stretto, anzi. È uno che ti allena a combattere. È così che si cresce. Perché tu vuoi crescere o rimanere un bambino?
- Sempre ad offendere lei, vero? Forse sono ancora giovane per dirmi uomo, ma sono uno che si assume le sue responsabilità, e cerco di non fare del male a nessuno.
- Ne fai a te stesso, condannandoti ad una vita che non vuoi, a dire di no a ciò che desideri di più. Ti piaccio, me ne sono accorta, non c'è nulla di male in questo. Siamo esseri sessuali, sempre, dall'infanzia alla terza età. Ma questo ti crea un cortocircuito nella testa; certo, sei troppo speciale per essere come gli altri, e tu non vuoi essere come gli altri...
- Gli altri chi? Adesso sono io che lo chiedo a lei.
- Quelli che ci vorrebbero sempre a gambe aperte, che pensano che noi donne siamo tutte puttane...
- Ma io...
- Fermati! Non hai bisogno di giustificarti: non è il desiderio ad essere sbagliato, ma il modo in cui talvolta lo esprimiamo. Ti fa molto più male negarlo, soprattutto a te stesso. Ti dico un'altra cosa, questa sì che farà male, ma è per il tuo bene: non sei speciale, non più di quanto lo siano gli altri.
- Abbiamo finito?
- Per oggi sì...
- Cosa le fa pensare che tornerò? Non sono mica un topolino che può torturare ogni volta che vuole per i suoi esperimenti...
- Topolino no, ancora cucciolo sì. No, non chiudere, lasciala socchiusa la porta.
- Come vuole.
 
- Casa di Flavio, dopo l'incontro con la dottoressa -

- Come è andata?
- Ah, ciao ma', non ti avevo sentito entrare...
- E certo, con la musica sempre a tutto volume. Ma come fai a studiare in questo modo?
- Non stavo studiando...
- Bravo, così poi alla fine devi fare le corse...
- Sono fatti miei! E poi non mi sembra che tu possa lamentarti del mio libretto...
- Ma lo dico per te. Come se non lo sapessi che l'ultimo mese prima dell'esame ti chiudi dentro, non mangi più, non dormi più e fumi due pacchetti al giorno...
- La smetti adesso? E chiudi la porta, per favore. Chiudila bene che ho la finestra aperta e fa corrente.
- Sempre incazzato stai, e questo è il ringraziamento?
- Per cosa? Stavo cercando di rilassarmi un po' e sei arrivata tu...
- E io che mi preoccupo per te!
- Senti, facciamo così: io abbasso il volume e tu adesso la finisci, va bene?
- Comunque non mi hai risposto; come è andata con la psicologa?
- Una sparasentenze, e io che mi lamentavo dei professori...
- Ma lascia perdere, sei troppo intelligente per farti fare fesso dalle parole. Sei solo un po' esaurito. Te l'ho detto tante volte: qualche goccia di passiflora; non fa mica male, la prendo anche io.
- Cosa si mangia stasera?
- Non lo so ancora, perché non vieni in cucina e lo decidiamo insieme?
- Ancora qualche minuto e vengo. Devo mandare un messaggio...
- Mi raccomando, non scrivere stronzate su internet, lo sai che la polizia postal...
- Mamma! Non sono un terrorista! E poi non me ne frega niente di quelle merde dei politici. Adesso, esci, ti prego.

Flavio vuole scrivere al suo amico, massacrarlo d'insulti, fanculizzare lui e la dottoressa Aprilia, ma non fa in tempo: un messaggio lo distoglie dalle sue crudeli intenzioni.


- Università di Flavio, la mattina dopo l'incontro con la dottoressa -

- Letto il messaggio di ieri? Ti ho anche suggerito l'amicizia su fibbì...
- Carine le tue amiche...
- Carine? Porco zio, sono due a colpo sicuro, altro che carine. Mi devi dire solo quella che ti piace di più, e io mi prendo l'altra.
- Ma ti sembro il tipo? E poi mi sono appena lasciato con...
- Appena? No, scusa, hai detto appena? Quanti mesi sono passati?
- Scusa, ma cosa cazzo c'entra. Ecco, tu che te ne intendi tanto di psicologia dovresti sapere che ognuno ha i suoi tempi per elaborare il lutto.
- A proposito, ma come è andata con la dottoressa Aprilia?
- Una merda! Mi ha vomitato addosso di tutto di più...
- Anche con me ha fatto così, voleva provocarti; ma hai visto che gambe?
- Bella è bella, ma l'avrei preferita con un po' più di cervello...
- Non dire cazzate.
- Mi ha fatto troppo sclerare!
- Per il tuo bene...
- Il mio bene?
- Presto capirai; allora, ci vieni stasera? Lo sai che sono a piedi e che mi serve uno con la macchina...
- Viva l'onestà!
- Beh, pensavi che lo facessi per amicizia?
- Dove andiamo?
- Sono due studentesse fuori sede, non abitano molto lontano dall'università. Prima le portiamo a mangiare qualcosa, poi le riaccompagniamo a casa e... già sai!
- Bravo il mio diavolo custode, a volte mi chiedo come sarebbe la mia vita senza di te...
- Decisamente più noiosa.
- Pensavo che c'è un locale carino da queste parti, fanno la patata ripiena, ci andavo con la mia ex; che cosa c'è? Perché stai ridendo adesso?
- Ma ti sei sentito? Già immagino la scena. Sentite, io e il mio amico conosciamo un bel posto: vi piace la patata ripiena?
- Oddio, effettivamente, detta così è oscena!
- Dai, vienimi a prendere alle otto stasera; il locale lo lasciamo decidere a loro.
- Sì, forse è meglio.

- La stanza, ieri -

I due ragazzi sono a casa delle studentesse fuori sede. Letti disfatti, la cucina in disordine, una stufa elettrica al centro della stanza ché il termosifone non funziona bene e le pareti che avrebbero bisogno di essere tinteggiate. L'amico di Flavio ha in braccio una delle due.
 

- Ti è piaciuta la pizza?
- Sì, ma domani non mangio nulla: guarda come sono gonfia. No, cosa fai? Posa il cellulare, sei pazzo? Un selfie con noi quattro in casa? Se lo vede mio padre mi ammazza. Mi paga l'affitto per studiare, non per portarci i ragazzi.
- Dai che non ti taggo...
- Ma non ci pensare proprio!
- Hai ragione, e poi cosa sta per succedere è meglio non farlo sapere; Flavio, hai messo la penna nel portatile?
- Sì, ho scelto un po' di canzoni...
- Oddio, mica adesso te ne uscirai con i Genesis, vero?
- Stronzo! Non capisci un cazzo di musica. Comunque ho scelto qualcosa d'italiano...
- Cosa è questa roba? Non siamo mica ad un falò, che c'entra adesso Battisti? Dai, scegliamo qualcosa da youtube. Ecco, l'ultima compilation di cafè del mar.
- Bella, sono stata a Formentera questa estate e la chill out mi piace troppo un casino!
- Non c'è più niente da bere, uffà. Non hai qualcosa in figro?

- Possiamo andare a controllare.

L'amico e la studentessa vanno in cucina. Lei si siede sulla lavastoviglie, lui le cinge i fianchi.

- Dovevamo lasciarli soli, il mio amico è timidissimo.
- Me ne sono accorta; proprio una bella coppia fa con la mia coinquilina. 

- E tu?
- Tu cosa?
- Sei timida?
- Ti sembro una timida?
- Dimostramelo.
- Stronzo!
- Me lo dicono tutti, ma è per questo che ti piaccio...

Nel frattempo, nella stanza, Flavio prova a vincere il proprio imbarazzo.

- Ti piace davvero questa musica?
- No, ma non volevo rovinare tutto.
- Cosa ti piace?
- Prometti di non metterti a ridere?
- Promesso.
- Mia madre è inglese e a lei piacciono tanto gli Swing Out Sisters...
- Davvero?
- Buffo, non trovi? Ma la cosa strana è che piacciono anche a me...
- Ma no, perché strano? Erano uno dei gruppi più interessanti negli anni '80... scusa, non volevo annoiarti. Dai, cerchiamoli; una canzone in particolare?
- Si chiama forever blu
- Eccola... dovremmo ballare adesso, lo sai?
- Poi non lamentarti se ti pesto i piedi, però.
- Non preoccuparti, neppure io so ballare...
 

Baciala, cosa aspetti?, a Flavio sembra di avere ancora nella testa la voce della dottoressa Aprilia.

- Università di Flavio, oggi -

I due ragazzi sono scesi dalla metro e s'incamminano verso l'università. Visto? Cosa ti avevo detto? E poi ti ho lasciato la più carina, ammettilo. Non venirmi a dire che non sono un amico. Aspetta Flavio, una telefonata; vai avanti tu e incomincia a prendere i posti. Tieni, mettici il mio zaino sulla sedia, così non se la fregano. Tranquillo, vai. Pronto? Sì? Ah, è lei, dottoressa Aprilia. Sì, Alessandra, va bene. Certo, è andata come aveva immaginato. No, non l'hanno fatto, ma è qui ancora tutto imbambolato. E poi non lo so se quei due sono pronti per la prossima fase dell'esperimento. Ha ragione, non spetta a me dirlo. A proposito, ma non è che metterà il mio nome nella sua ricerca, vero? Certo, la privacy prima di tutto. Adesso la lascio e mi faccia sapere se ha bisogno di altri soggetti. Buona giornata.

Massimiliano Cerreto

Backstage: ho scoperto di non essere Berlusconi, e neppure Renzi. Ovvio, risponderai. Meno ovvio di quanto tu possa pensare. Ciò che intendo è che né io né tu possiamo trascorrere il resto delle nostre vite a lamentarci del potente di turno. Che sia un politico, un capo ufficio, un professore o anche un vigile urbano. È da questo che oggi prendo le distanze. Il potere legittima sempre se stesso, come il desiderio. Pensi sia una questione politica? In realtà qui è in gioco l'ecologia, ovvero la cura del nostro ambiente, interiore ed esteriore. Io sono ciò che desidero essere: ecco il nodo centrale. Perché sono i desideri ad orientare i comportamenti, che ciò avvenga in modo consapevole o meno. Credo, invece, che ogni ostacolo sia funzionale all'evoluzione, ma non pensare che sia così 'illuminato' da non incazzarmi come una iena quando mi si para davanti il solito stronzo.

Psicologia spicciola? Forse. Premesso che non ho alcuna competenza in materia, che la mia formazione culturale è giuridico/filosofica e che non sono mai riuscito ad entrare in analisi, come fare a meno della consapevolezza di sé? Da qui, il mio interesse anche nei confronti dell'indagine sulla psiche, ma con tutti i limiti che distinguono un amante della lirica da un direttore d'orchestra.
 

Realmente una psicologa, invece, la donna cui mi sono ispirato per tratteggiare la figura della dottoressa. La sera stessa che la incontrai, scrissi queste parole sulla bacheca di facebook, credo fosse il 2013. Ma il nostro incontro/scontro durò pochissimo. Avevo davvero un amico che soprannominavo 'diavolo custode' e con cui trascorsi una serata con due studentesse fuori sede. E sono stato innamorato ai tempi del liceo di una ragazza pettinata con il carré, come la bellissima cantante degli Swing Out Sisters. E poi di una con la madre inglese. Da questa sorta di 'confusione', nasce la scelta di Forever Blue. Ed esiste ancora un locale a Napoli, nella zona universitaria, che prepara delle ottime patate ripiene: ci andavo con un'amica di cui non ho mai capito se fossi innamorato o meno. Ma forse è tutto vero sino a quando pensi che sia così.

Concludo con alcune curiosità: Flavio significa semplicemente biondo, mentre Alessandra Aprilia significa (più o meno): venere feconda che agisce in difesa degli uomini. Avrei potuto trovare un'infinità di finali diversi, ma non mi piaceva l'idea che la storia si riavvolgesse come su di un nastro di Möbius. Meglio andare avanti, in direzione dei propri desideri.

Rock art, ©Massimiliano Cerreto

(Swing out sister - Forever Blue)

25 agosto 2016

Teatro dell'Assenza n°5

(Apertura del sipario)

- Ci sediamo qui?
- Va bene, prendi qualcosa?
- Un analcolico e delle noccioline. Dovrei essere a dieta; guarda come s'ingrassa a stare sempre seduti a scrivere. Ma le noccioline, maledizione, come resistere alle noccioline? Lo ammetto, in questo sono rimasto proprio un bambino...
- Già, uno di quelli che chiede sempre perché.
- Credo di non averla mai superata quella fase; tu hai figli?
- No, non ne ho; aspetta che spengo il telefonino.
- Neppure io, figli intendo; fallo spengere anche a me, è il bello di non essere un cronista di nera: non devi essere sempre sul pezzo...
- Hai detto spengere; origini toscane?
- Lo diceva sempre un mio compagno di classe, quella di italiano andava su tutte le furie. Lo trovo buffo...
- È orrendo! Aveva ragione la tua professoressa. E poi cosa ci sarebbe di bello nel tuo lavoro? Sempre ad inseguire il presente e mai il tempo di viverlo. E quando sei lì a scriverne è già il passato; non senti anche tu quest'aria?
- Lasciamo perdere la vita di noi scriventi. A volte penso non sia neppure la nostra, ma presa in prestito dalle persone che incontriamo; sì, hai ragione, si sta bene qui fuori.
- Ma non è ingombrante quel block notes?
- Su quelli piccoli non mi ci trovo... 
- Non sarebbe meglio un registratore?
- Non mi piacciono tutte quelle parole sempre uguali a loro stesse. Preferisco annotare i concetti più importanti, il che richiede anche un notevole grado d'attenzione, credimi: guai a perdere una parte del discorso! Attraverso gli appunti ricostruisco la mia versione della storia nel modo più verosimile possibile, soprattutto per rispetto degli intervistati; è un po' come fare la bella copia della vita, non trovi?
- Perché tutti così ossessionati dalle copie? Anche tu a credere che il verosimile sia più credibile del vero?
- No, è che i concetti sono spesso più importanti delle parole con cui li esprimiamo. Non vederla come una manipolazione della realtà, ma solo come il tentativo di far assomigliare il tutto all'idea che me ne sono fatto; forse lo faccio per potermi riconoscere in quello che racconto, non so...
- Così è di te, solo di te che scrivi, ne sei consapevole?
- Guarda, nessuno se ne è mai lamentato, e forse neppure accorto. Ricordi Agrado? Quando dice che bisogna assomigliare all'idea di se stessi per essere autentici; hai presente il film di Almodóvar?
- Assomigliare all'idea di me stesso? A quale dei tanti me? Adesso non citarmi Pirandello, ti prego, ci ho fatto pure la tesi. Scusa se te lo ripeto, non è di me che scriverai, ma di un'immagine che è nella tua testa. Va bene, fallo pure, del resto è tipico di voi critici...
- Cronista, prego. Scusami tu adesso, ma ci tengo a questa precisazione: i cronisti sono gli storici del quotidiano mentre i critici sono coloro che impongono agli altri una loro visione delle cose, che si arrogano il diritto di giudicare...
- Non è forse ciò che hai appena ammesso di fare? Ma va bene così, te l'ho detto, non ti preoccupare. Mai creduto nella distinzione tra fatti e opinioni: che balla colossale! Pensaci, anche una macchina fotografica o una telecamera mostrano una visione parziale della realtà: c'è sempre qualcuno dietro che sceglie - e quindi giudica - cosa inquadrare e cosa no. L'obiettività è un mito, lo vogliamo capire o no?
- L'obiettività in senso assoluto, forse, ma non dimenticare l'importanza dell'onestà intellettuale di chi racconta...
- Adesso non prendertela, non c'è niente di personale. Se ti può consolare, è un giochino che faccio con tutti i giornalisti che incontro. Peccato che alcuni poi finiscano sdraiati su di un lettino a raccontare la loro infanzia, ma è solo un trascurabile effetto collaterale...
- Ah, ecco che sta per arrivare il cameriere; meno male ché i soldi per pagarne uno bravo non li ho. Niente di personale, eh.
- Ma dai, scherzavo! Anzi, sai cosa ti dico? Che Dio ci scansi e liberi da maghi, santoni e guaritori, psicologi inclusi.
- In quale categoria? No, voglio dire gli psicologi, in quale categoria li metti?
- Dovrebbe essere quella dei guaritori, ma non conosco nessuno che sia guarito grazie all'analisi...
- Dicono che il teatro è una terapia dell'anima, per l'attore come per lo spettatore. Stai allora mandando un messaggio subliminale a potenziali pazienti? Non so, qualcosa del tipo: non andate a sdraiarvi su un lettino, venite da me, costa anche meno.
- Ai tempi dell'Accademia ci credevo davvero: vivere la vita di qualcun altro per fare pace con le personalità di minoranza che abbiamo dentro, aiutare le persone a mettersi in contatto con quelle parti di anima che riconoscono soltanto quando qualcun altro gliele mostra, e tutte queste stronzate qui...
- Personalità di minoranza e io egemone, come nella teoria del dottor Cardoso in Sostiene Pereira; che bravo che era Mastroianni. Scusa la divagazione. Adesso? No, dico in cosa credi adesso?
- È la vita ad essere malata, l'anima non c'entra niente! Al massimo in teatro puoi venire a disintossicarti per qualche ora, ma poi la maggior parte esce fuori e continua ad agire come prima. E non va meglio a chi incomincia a chiedersi se è più finto il mondo reale o quello rappresentato, ammesso vi sia una differenza. Anzi, scrivi così: il mondo è tutto rappresentazione!
- Fa tanto Schopenhauer...
- In realtà, pensavo a mia madre, lei è napoletana; dice sempre che la vita è un'affacciata di finestra su di una processione di pazzi. In italiano suonerebbe più o meno così, credo.
- L'analcolico per me e il caffè per il signore, grazie; certo che la saggezza dei napoletani...
- Se illudersi di essere più furbi degli altri e poi farsi puntualmente fregare me lo chiami saggezza. Vedi, un altro po' e ci cascavo anche io nei soliti luoghi comuni. E meno male che non ci siamo impantanati sul napoletano che è una lingua e non un dialetto...
- Non è così? Se non sbaglio anche l'Unesco l'ha riconosciuto patrimonio dell'umanità.
- Se la lingua appartiene a chi la parla, all'uomo in quanto tale, tutte le lingue appartengono all'umanità. Perché pensare che una sia più importante delle altre? Ma la lingua è anche espressione di un luogo, della sua storia, delle persone che lo vivono. Immagina di far scomparire Napoli e i napoletani...
- Il sogno di molti leghisti...
- Adesso se la prendono di più con i diversamente bianchi e diversamente cattolici. Ma non sono arrabbiato con loro. Vedi, non è neppure cattiveria la loro. È che il cittadino ignorante fa comodo al potere. Se poi non è abbastanza stupido di suo, va lobotomizzato: è la vita che è malata, l'ho detto prima.
- Scusa, ti ho interrotto, parlavi del napoletano...
- Sì, volevo aggiungere che senza il luogo in cui è nato, senza il popolo da cui è vissuto e che lo rende vivo a sua volta, a quale umanità apparterrebbe ancora? Rimarrebbe qualcuno a parlarlo, certo, ma come esercizio di stile.
- Credo che tu abbia ragione: i giapponesi cantano le canzoni classiche napoletane meglio di tanti italiani...
- Perché non sono confusi dal significato delle parole: perfezionisti come sono, ne imitano il suono in modo impeccabile. Che poi il segreto è troncare l'ultima vocale, tutto qui.
- Stavo per citarti Carmelo Bene, che a sua volta citava Lacan; sai, a proposito dei significati che sono un sasso in bocca ai significanti. Ma ancora non ho capito perché è la vita ad essere malata e non l'anima. Oltretutto, sai meglio di me che è sinonimo di psiche. Oppure ne hai una visione solo trascendentale? Dell'anima intendo.
- Ma no, il trascendente lasciamolo ai preti, altra categoria da evitare come la peste...
- Certo che vi sta proprio sulle balle la Chiesa a voi attori, eh? Sarà che un tempo non potevate essere seppelliti in terra consacrata e che, in periodo di quaresima, erano vietati gli spettacoli: è nata così la superstizione legata al viola, giusto?
- Sfoggio di erudizione a parte, - dove le leggi certe cose, su wikipedia? - non credo che tu abbia compreso il senso delle mie parole. E, per piacere, ora non offenderti...
- Spiegamelo tu allora...
- Primo, non è che mi sta sulle balle la Chiesa, ma il potere in tutte le sue espressioni. Secondo, c'è anche quella dimensione lì, trascendentale, ma non solo quella. È che l'anima la vedo come qualcosa di più concreto, quasi tangibile. La puoi persino sentire in qualche raro momento di silenzio oppure quando soffia il vento, e hai paura perché capisci di essere niente, a prescindere da quanti sforzi hai fatto nella vita per riempire i tuoi vuoti...
- Signori, chiedo scusa, ma il conto si paga subito...
- Hai spiccioli? Ho solo una cinquanta e una venti...
- Non ti preoccupare, faccio io. Ecco a lei.
- Sto cameriere, che tempismo! Dovresti scritturarlo...
- Lo hai appena visto anche tu: è la vita ad essere malata! Tu, io, gli altri, qui a sprofondare in una palude. Perché devi farmi pagare il conto subito? Di cosa hai paura? Che scappi via? Se non hai fiducia in me, perché dovrei averne in te? Ed ecco che la gente si chiude in se stessa, che non comunica più: non è l'anima a dover essere curata, ma tutto ciò che c'è intorno. Capisci adesso?
- Per fortuna, c'è ancora chi viene in teatro...
- Per postarlo su facebook, per portare in scena una versione un po' meno ignorante di se stessa, e questo vale tanto per certi attori quanto per un certo pubblico, per sentirsi migliore di chi è rimasto davanti alla televisione...
- Comprendi che qualcuno potrebbe accusarti di sputare nel piatto in cui mangi se lo scrivessi?
- Scrivilo invece! Scrivilo che sono pochi, troppo pochi, a venire in teatro per osservare davvero ciò che succede. Il teatro è un fatto! Accade in tempo reale intorno e dentro di te. Mica è un film che puoi mandare avanti e indietro, mettere in pausa o comunque riprodurre infinite volte sempre uguale a se stesso; non sei proprio tu ad odiare le registrazioni? E invece ti accorgi che i più stanno lì a guardare i telefonini, a vedere se la foto gli è venuta bene, a girare i loro dannati video, a chattare con qualcuno che, nella migliore delle ipotesi, confonde Aristofane con Aristotele.
- Almeno i video sono pubblicità gratis su youtube...
- A chi? Pubblicità a chi, voglio dire. Non a me, e non per me. È solo intrattenimento gratuito per gente abituata a vedere il mondo tramite uno schermo. Certa gente in teatro non ci metterà mai piede! E poi la frammentazione non è mica un bene. Un dialogo va ascoltato per intero, non bastano pochi minuti: è una decontestualizzazione continua del reale che non incide solo sui significati, ma sul senso stesso...
- Non capisco, perdonami, qual è la differenza tra senso e significato?
- Il senso è l'esperienza, è il vivere davvero qualcosa, e senza cercare a tutti i costi di attribuirvi un significato. Il punto è che avremmo bisogno di una visione d'insieme delle cose, non di infinite tessere di un puzzle che ognuno ricompone nella mente come può o come vuole.
- Stai dicendo che, abituati a vivere nella multimedialità, perdiamo la consapevolezza del tempo presente e che ci accontentiamo di spezzoni di realtà vissuti in differita?
- Ora sì che incominci a ragionare...
- Come è umano lei...
- Ma dai, è un complimento, dico sul serio, non farmi quella faccia. C'è però un'altra parola orrenda che non hai menzionato: multitasking! Vogliamo renderci conto che è grave non riuscire più ad essere, semplicemente essere, senza sentirci obbligati a fare qualcosa? Anzi, addirittura più cose contemporaneamente! Ma dico io, sei qui, in teatro, seduto in poltrona ad osservare: non c'è niente altro che ti venga chiesto di fare. Poi del cosa pensi di aver capito, della tua interpretazione personale, dei tuoi fottuti significati, a me non m'interessa. E guarda che non è spocchia la mia, come sostengono alcuni critici. È consapevolezza che ognuno comprende ciò che in grado di comprendere, e che quasi mai corrisponde a quanto avevo in mente io. Ma va benissimo così, non è un atto di accusa! A farmi incazzare è che io sono qui, a cercare di portarti fuori dalla palude - anzi, a provare a portare fuori anche me - e tu la palude me la fai entrare in teatro.
- Certo che hai una visione a dir poco drammatica della realtà, mai pensato che le tue posizioni siano un tantino estreme?
- Un tantino? Ma è solo nelle posizioni estreme che ormai puoi trovare ancora un briciolo di verità. Attento! Ho detto un briciolo, mica tutta. Ben venga allora essere estremi! Non solo un tantino, che poi sarà pure un vocabolo presente nel dizionario, ma è orrendo...
- Non ti chiedo allora cosa ne pensi di chi usa l'espressione 'la presidente' perché immagino già la risposta. No, dico sul serio, lascia stare, che sei già alla terza sigaretta da quando ci siamo seduti. Piuttosto, non pensi che un atteggiamento di perenne opposizione sia deleterio?
- E quale altra forma di difesa pensi vi possa essere? Ma lo hai capito quanto sono dannosi i maghi, i santoni e i guaritori del nostro tempo? Quando non spostano il problema altrove, lì dove nessuno può fare nulla, - in una dimensione trascendentale, ad esempio - ti fanno cadere nella trappola del pensiero magico. Ti convincono che sono loro, soltanto loro, a poter risolvere i tuoi problemi. Nessuno a dirci che la palude l'abbiamo creata noi, e che ci piace pure sguazzarci dentro. Comunque, tanto per la cronaca, fumo quanto cazzo mi pare.
- Non per fare l'avvocato del diavolo, - che la Kidman in quel film era una gnocca da paura, perdona il francesismo - ma non è forse anche l'attore l'artefice di un rituale collettivo di trasformazione della realtà?
- Charlize Theron, non Nicole Kidman...
- Ecco perché era così bella...
- Guarda, era pure divertente la tua battuta, detta anche con i tempi giusti, ma veniamo al punto: anche ammettendo che sia vero quanto affermi, che il pubblico sia realmente disposto a partecipare ad un rito collettivo, come fa quando si trova ad un concerto rock, c'è un fattore che non hai preso in considerazione: la direzione del cambiamento.
- Dai, volevo vedere come reagivi, così semmai ci andiamo insieme dallo psicologo e la parcella la dividiamo a metà...
- Come è che si dice a voi giornalisti quando provate a metterci in difficoltà? Ah, credo sia: 'la ringrazio della domanda'.
- Li conosci proprio tutti i trucchetti, eh?
- Legittima difesa, solo legittima difesa! Tornando alla tua domanda, la ritualità è essa stessa rappresentazione, ovvero riproduzione di qualcosa cui si attribuisce il valore di sacro o salvifico. Ma riprodurre in scena i gesti di un chirurgo sarebbe sufficiente a guarire un eventuale malato fatto appositamente salire sul palco? Non nego, come potrei, che ha effetto sulla realtà il ripetere formule psicomagiche come preghiere e mantra, e se non ci metto dentro gli slogan pubblicitari è perché sono altri a ripeterli per infilarceli nella testa. Psicomagia, appunto: cambiare il modo di pensare per cambiare il modo di agire...
- Le parole sono importanti, diceva Moretti...
- Sì, certo che le parole lo sono, e il mio è un teatro fondato sulla parola. Il problema, come dicevo, è capire la direzione della trasformazione. Il mago moderno ti spinge a comprare di più, a lavorare di più, ad uniformarti a modelli irraggiungibili e quindi ad un'infelicità perenne. Come attore ed autore, la mia presunzione, sì, scrivi proprio 'presunzione', è mostrare che un'altra realtà è possibile. Ho detto realtà, chiaro? Hai scritto realtà? Ciò che mi riesce sempre più difficile è far capire che di questa trasformazione siamo tutti responsabili. Basta col delegarla all'imbonitore di turno. E c'è un'altra cosa che voglio che scrivi...
- Zi padrone...
- Per favore, potresti riportare in modo testuale una mia dichiarazione? Va meglio così?
- Adesso sì, dimmi pure...
- Eccola: caro spettatore, non venire in teatro se pensi di poter rimanere chiuso nel tuo mondo. Qui il mondo lo riscriviamo insieme, ad immagine e somiglianza dei nostri sogni!
Scritta, ma non pensi che a fare la figura dello psicomago potresti essere tu? Senza contare che c'è tanta gente permalosa in giro...
- La gente lo sa di essere nella merda sino al collo, ma gli andrà bene così sino a quando non vi sprofonderà del tutto. Dimmela tu una cosa: ti sembro uno che ha paura di urtare la suscettibilità altrui?
- Guarda, non sono uno di quelli che si difende con il classico 'il giornalista sono io e le domande le faccio io', - mi sembra che fosse Costanzo a ripeterlo spesso – è che dovresti essere tu a dirmelo.
- Avrei scelto un altro mestiere, o un altro modo di farlo se avessi voluto il consenso, che poi si traduce in successo e denaro. Hai ragione, però. Non saresti dovuto essere tu a giudicare. C'è già troppa gente in giro che non sa un cazzo, e lo sa di non sapere un cazzo di niente, ma è sempre lì a giudicare tutto e tutti. Ma come impedirglielo? In fondo il giudizio è l'unico modo di orientarsi nella palude.
- Abbiamo discusso di tante cose, - tutte interessanti, sia chiaro, non voglio sminuirle - ma vogliamo dire qualcosa dello spettacolo, anche a chi forse non vorresti venisse? I portatori di palude, ad esempio. Ho letto molte delle interviste che hai rilasciato in passato e penso che potremmo iniziare dal concetto di Teatro dell'Assenza, anche nome della tua pièce.
- Teatro dell'Assenza n°5, ad essere precisi. Il titolo dello spettacolo...
- Omaggio a Marilyn?
- Cerchi di cambiare mestiere? Mi spiace, ma la mia compagnia è al completo. Potresti provare in televisione, lì un certo tipo di comicità è ancora apprezzato. No, il titolo è dovuto al fatto che sono 5 anni che porto in scena una storia che non è mai uguale a se stessa. Anzi, forse non è neppure una storia.
- Così però mi riesce difficile raccontare qualcosa ai lettori. Più esattamente, perché poni l'accento sull'assenza?
- È un lavoro tanto sulla scrittura quanto sulla modalità della rappresentazione. Alla base c'è il desiderio di sottrarre elementi narrativi che trovo inutili e quindi assenti. I protagonisti non hanno un nome, ad esempio. Sono identificati dalla loro funzione sociale, che viene palesata tramite i dialoghi; lo sai perché si dà un nome ai personaggi?
- Per renderli riconoscibili, credo...
- In parte è vero, ma soprattutto per creare empatia. A me non serve, non ottenerla in questo modo, almeno. Guardati intorno, guarda tutte queste persone, non sono forse degli sconosciuti? Li vedi quei due al tavolino di fronte?
- Una bella coppia, li avevo notati prima.
- Forse, forse sono davvero una bella coppia, ma sono prima di tutto degli sconosciuti. Il tuo legame emotivo non è dovuto alla conoscenza del loro nome, età, e neppure identità sociale. Ti fanno pensare ad un sentimento che appartiene a tutti. Ed ecco che la loro storia diventa anche la tua. Capisci adesso?
- Molto affascinante, davvero, ma andiamo ancora avanti: ho letto che non ci sono fondali e che sulla scena ci sono pochissimi elementi? Minimalismo o che?
- Se tu spettatore puoi guardare il tuo corpo seduto in poltrona, la testa pelata del tizio davanti, perché negarti la visione delle quinte? La tua mente sa già che sei in un luogo chiamato teatro, insieme ad altre persone. E io voglio che non perdi mai di vista che, quelle sul palco, sono persone proprio come te.
- Non c'è il rischio d'infrangere quel patto di sospensione dell'incredulità che rende magica ogni narrazione?
- Appunto, magica! E secondo te perché ti ho fatto due palle così su maghi, santoni e guaritori? Invece no, io ti sbatto in faccia - a te spettatore, intendo - che sei una maschera in mezzo ad altre maschere, che ciò che chiami reale non è più finto di ciò che accade in scena. L'unica differenza è nel grado di consapevolezza. Il mio non è teatro nel teatro, ma realtà nella realtà! È questo che sto cercando di farti capire sin dall'inizio.
- Personam tragicam, scriveva Fedro, ma questa non l'ho letta su wiki. Voglio dire che, correggimi se sbaglio, l'uomo è condannato ad essere maschera di se stesso?
- Te lo dice uno che ne ha indossate tante, non solo per lavoro: è una puttanata la storia che si può essere veri solo nascondendosi dietro una maschera. Il fatto è che non c'è alcuna verità al di là delle maschere stesse. Se non diciamo la verità, - e non lo facciamo mai, sottolineo mai – è perché neppure noi la conosciamo. Anche volendo, come dirla?
- Non è che dietro la maschera c'è la paura? Forse la verità esiste, ma non abbiamo il coraggio di guardarla negli occhi...
- Forse una verità ultima esiste, non lo so, ma è sempre una di quelle cose da inserire nella categoria del trascendente. A me interessa mostrarti ciò che è. Lascio agli altri il dover essere, ciò che esiste in una dimensione ideale. Posso spingerti al cambiamento solo facendo nascere in te il senso di repulsione nei confronti di ciò che vedi in scena, in ciò in cui ti riconosci, anche se non vorresti. La direzione del cambiamento devi sceglierla tu, però...
- Sei uno psicomago buono...
- Ma quale psicomago, sono una persona esattamente come le altre, solo che mi sono stancato della palude, e anche di chi parla di pace e promuove la guerra; sostiene il valore della democrazia e instaura regimi; confonde l'amore con l'egoismo: proprio una bella fine fanno gli ideali.
- Eterogenesi dei fini, credo si dica così, ma non ne sono sicuro. Forse siamo finiti tutti nel romanzo di Orwell, dove vige il regime della neolingua. Cambiando argomento, un'altra delle peculiarità dei tuoi spettacoli, lo leggevo in una recensione di qualche tempo fa, è la presenza contestuale di tutti gli attori sulla scena; perché?
- Sempre per il concetto di realtà nella realtà. Immagina una stazione ferroviaria o un qualsiasi altro luogo affollato. Immagina adesso di poter selezionare quale delle tante conversazioni ascoltare isolando tutto il resto. Un po' come un film ad episodi in cui però le storie coesistono nel tempo e nello spazio. Con il regista, ogni sera decidiamo quale zona illuminare e a chi e quando dare voce. Dipende da quali aspetti della realtà vogliamo sottolineare e quali lasciare in ombra, in tutti i sensi.
- Un lavoro corale, come usiamo dire noi...
- Voi chi? Voi critici?
- Noi cronisti!
- Va bene, vada per il 'cronisti', come preferisci. Adesso però devo andare a mettere a punto gli ultimi dettagli per stasera.
- Mi piacerebbe esserci...
- Ci sei già nello spettacolo, ci sei sempre stato: non te ne sei ancora accorto?
(Chiusura del sipario)

Massimiliano Cerreto


Backstage: sono anni che conduco una battaglia personale contro i maghi, santoni e i guaritori del nostro tempo, e più ampiamente contro i sedicenti maestri. Posso affascinarvi con le loro parole, ma non è poi così difficile svelare i loro trucchi e le loro contraddizioni.
In questo testo, immaginato per il teatro, ero comunque più interessato alla forma della narrazione che al suo contenuto. Il desiderio era riuscire a riprodurre l'apparente disordine logico dell'oralità. Un modo elegante per indicare quel passare da un argomento all'altro senza soluzione di continuità tipico delle conversazioni. Tutto intorno a questa idea si sviluppa il dialogo tra un giornalista ed un artista. Il primo cerca in ogni modo di entrare in empatia con l'altro da sé ed è affetto da citazionismo cronico, forse espressione del bisogno di una reductio ad unum dei molteplici aspetti di una realtà in cui è egli stesso smarrito e che si ostina a raccontare per darvi un senso. Il secondo è antipatico (che sia per legittima difesa?) e afflitto da un'insanabile conflittualità interna tra il desiderio adolescenziale di cambiare il mondo e la consapevolezza che reale e l'ideale appartengono a dimensioni differenti, per loro natura inconciliabili. Due personalità solo in apparenza diverse, ma che finiscono poi con il sovrapporsi. Così come si sovrappongono i piani della realtà: l'intervista al tavolino di un bar e la rappresentazione teatrale. Teatro nel teatro o realtà nella realtà, come sosterrà ad un certo punto l'attore?

©Massimiliano Cerreto



Pensavo proprio al celebre profumo quando ho aggiunto il n°5.
E Nicole Kidman è bellissima, ma non ditelo a nessuno!